Quando sei la pecora nera della famiglia...

Chi è il capro espiatorio, come nasce questa dinamica familiare e quali ferite lascia nel tempo.




All’interno della famiglia, il capro espiatorio diventa la figura su cui vengono scaricate responsabilità, errori e tensioni che appartengono al genitore o, in alcuni casi, all’intero sistema familiare. Non immaginare che questo meccanismo sia lontano dalla tua esperienza quotidiana: è un modello antico, che si ripete da sempre su piccola e grande scala. Basta pensare al modo in cui, nel dibattito pubblico, gli immigrati vengono spesso indicati come la causa di molti problemi del paese, fino a diventare il bersaglio preferito di una parte dell’opinione pubblica.

In politica, la ricerca del capro espiatorio è particolarmente distruttiva perché tende a colpire gruppi minoritari, come nell’esempio appena citato. Ma lo stesso schema si riproduce anche in famiglia: colpe, frustrazioni, fallimenti e mancanze vengono proiettati su un membro specifico, non scelto a caso ma “designato”, il capro.

La cosa più dolorosa è che, nella maggior parte dei casi, il capro espiatorio non si rende nemmeno conto di esserlo. Con il tempo finisce per interiorizzare le etichette che gli sono state imposte, fino a riconoscerle come parte della propria identità.


Perché sei il capro espiatorio della famiglia?

Quando una famiglia entra in uno studio terapeutico, porta spesso con sé una storia già confezionata. Suona più o meno così: “C’è un problema, ed è lui”. Le responsabilità vengono indirizzate verso un unico bersaglio: il figlio ribelle, il padre che non riesce a reagire, la figlia che lotta con il cibo. È una narrazione semplice, rassicurante nella sua linearità. Se si aggiusta il pezzo difettoso, l’intero ingranaggio tornerà a funzionare. Ma la psicologia sistemica ci ricorda che questa è, nella maggior parte dei casi, una distorsione prospettica.

La persona etichettata come “pecora nera” o “problema” sta spesso sostenendo un peso emotivo enorme per conto dell’intero nucleo. Il paziente designato diventa il sintomo vivente di un dolore collettivo che gli altri non riescono o non vogliono vedere. È il capro espiatorio inconsapevole che permette al resto della famiglia di sentirsi, almeno in apparenza, “integro".





Chi diventa il capro espiatorio in una famiglia disfunzionale?

Nelle famiglie disfunzionali il capro espiatorio non è scelto a caso, ma tende a essere il membro che, per caratteristiche personali o dinamiche relazionali, “funziona” meglio come bersaglio su cui scaricare tensioni, colpe e frustrazioni.

🐐 Chi diventa il capro espiatorio?

Di solito ricade su chi:

1. Resiste al controllo

È il figlio o la figlia che non si piega, che risponde, che non si lascia manipolare.
La sua autonomia mette in crisi il genitore controllante, che lo punisce etichettandolo come “problema” 

2. È più sensibile o reattivo

La persona emotiva, empatica, quella che “sente troppo”, diventa un bersaglio facile.
Reagire dà al genitore una sensazione di potere e una giustificazione per “indurirlo” 

3. È percepito come diverso

Il figlio che non assomiglia al resto della famiglia, per temperamento, valori o caratteristiche fisiche, viene trattato come un intruso.
La sua diversità diventa il pretesto per attribuirgli ogni difficoltà del nucleo familiare.

4. Ricorda qualcuno che il genitore non sopporta

Accade spesso nei figli di genitori separati: se un bambino somiglia all’ex partner odiato, diventa il contenitore delle proiezioni negative.
“Sei come tuo padre”, “Mi rovini la vita come tua madre” sono frasi tipiche. Quindi, il capro espiatorio è quello che risveglia ferite irrisolte del genitore.


Non è il “più problematico”, ma quello che il sistema familiare usa per mantenere un equilibrio malato.






Il capro espiatorio e le dinamiche familiari


Nelle famiglie disfunzionali il capro espiatorio è “quello diverso”, il membro che non si amalgama, che stona nell’armonia apparente del gruppo. Non è solo un modo per alleggerirsi la coscienza: è un vero e proprio strumento di potere. Serve a mantenere il controllo, spesso per il semplice gusto di esercitarlo. Ma cosa accade davvero?

Quando un genitore non ha compreso il proprio ruolo, tende a considerare i figli come subordinati, non come individui autonomi all’interno di un sistema sano. 

In questo contesto, il figlio preferito diventa quello che gratifica, che si adatta, che risponde alle aspettative. Chi invece non si piega, chi non accondiscende, viene trasformato nel capro espiatorio: il bersaglio su cui scaricare colpe e tensioni, e al tempo stesso un mezzo per tenere in riga gli altri membri della famiglia. 





Il ruolo del capro espiatorio non serve solo a punire “il diverso”, ma anche a controllare e tenere uniti gli altri membri della famiglia.

Il capro espiatorio diventa il contenitore di tutte le colpe, dei fallimenti e delle tensioni familiari.
Ogni problema viene attribuito a lui, così gli altri possono sentirsi “giusti”, “bravi”, “innocenti”.

Quando c’è un bersaglio comune, gli altri membri della famiglia si stringono tra loro.
È un meccanismo psicologico antico: avere un nemico interno crea coesione.
Il gruppo si unisce contro il “problema”, rafforzando legami e alleanze.

È la logica del:
“Almeno noi siamo dalla parte giusta”.

Il capro espiatorio diventa anche un monito.
Gli altri figli imparano che:

  • chi non obbedisce viene punito,
  • chi non si conforma rischia di diventare il prossimo bersaglio.

Questo crea paura, dipendenza e conformismo.
Il genitore dominante mantiene così potere e controllo sull’intero sistema familiare.

È un meccanismo crudele ma funzionale al mantenimento del potere in una famiglia disfunzionale.





Si crea così una struttura duale: da un lato il “team leader” (spesso la madre con un figlio adepto, o entrambi i genitori con i figli allineati), dall’altro il capro espiatorio. Più il gruppo dominante è unito, più il capro si sentirà isolato e “diverso”. E più forte è la complicità interna, più crudeli diventano le dinamiche verso chi è stato designato come bersaglio. Crudeltà emotive, talvolta anche fisiche: privazioni, umiliazioni, vessazioni che, protratte nel tempo, lasciano segni profondi e duraturi.

Non sorprende che il capro espiatorio cresca spesso senza un vero senso di appartenenza. Ha una famiglia, ma non l’ha mai sentita sua. È sempre stato l’estraneo in casa propria.

Le violenze possono essere manifeste o sottili. Punizioni e rimproveri vengono giustificati come “necessari”. Il genitore che detiene il controllo ha assegnato il ruolo fin dall’inizio: per quanto il capro possa ribellarsi, non riuscirà a cambiare la narrazione. Viene etichettato come “pecora nera”, ma ciò che vive è una forma di bullismo familiare, tanto più doloroso perché arriva da chi avrebbe dovuto proteggerlo.

Il genitore che “muove i fili” utilizza il capro espiatorio per diversi scopi:

  • rafforzare il legame con gli altri figli e consolidare il proprio dominio;
  • idealizzare il figlio prescelto, quello su cui ha investito tutto;
  • avere un contenitore su cui proiettare frustrazioni e mancanze;
  • sentirsi potente, al centro del sistema familiare.

La scelta del capro può avvenire per esclusione o per punizione.
Nel primo caso, quando ci sono più figli, il genitore investe sul “cavallo vincente”, quello che gli offre più nutrimento emotivo o narcisistico. L’altro viene automaticamente relegato al ruolo di “surrogato di figlio”.
Nel secondo caso, quando un figlio non soddisfa i bisogni del genitore, viene punito, isolato e progressivamente trasformato nel capro espiatorio.

In entrambi gli scenari, il risultato è lo stesso: il capro diventa l’ultima ruota del carro, impara ad accontentarsi delle briciole e può subire anche fenomeni come l’alienazione genitoriale.

Ed è uno schema che si autoalimenta. Non si spezza da solo. Il “surrogato di figlio” resterà tale anche se dovesse ottenere dieci premi Nobel. La madre (o il genitore dominante) continuerà a vederlo attraverso le stesse lenti distorte. Anche da adulto porterà addosso le stesse etichette, vivendo costantemente all’ombra dell’eletto.





Quali sono le conseguenze psicologiche in chi vive questa dolorosa esperienza?

Le conseguenze psicologiche per chi cresce come capro espiatorio sono profonde e durature. 

🌑 1. Perdita del senso di appartenenza

Il capro espiatorio cresce con l’idea di non avere un posto nel mondo.
Anche se ha una famiglia, non l’ha mai sentita come “casa”.
Questo genera un senso di estraneità che può accompagnarlo per anni.

💔 2. Identità distorta e bassa autostima

Le etichette ricevute nell’infanzia (“sei sbagliato”, “sei un problema”, “sei incapace”) vengono interiorizzate.
Il bambino finisce per crederci davvero, costruendo un’immagine di sé fragile e svalutata.

🧠 3. Vulnerabilità emotiva e difficoltà relazionali

Le continue umiliazioni e vessazioni — esplicite o sottili — lasciano ferite che influenzano:

  • fiducia negli altri
  • capacità di stabilire confini
  • paura dell’abbandono
  • tendenza a compiacere o a ritirarsi

Molti ex capri espiatori diventano adulti iper-responsabili, iper-sensibili o estremamente diffidenti.

⚡ 4. Trauma complesso

Le crudeltà emotive (e talvolta fisiche) ripetute nel tempo possono generare forme di trauma relazionale.
Non è un singolo evento traumatico, ma una lunga esposizione a:

  • svalutazione
  • isolamento
  • colpevolizzazione
  • manipolazione

Questo può portare a sintomi simili al disturbo post-traumatico complesso.

🧩 5. Difficoltà a riconoscere il proprio valore

Il capro espiatorio impara a “accontentarsi delle briciole” 
Da adulto può:

  • scegliere partner svalutanti
  • accettare lavori sottopagati
  • sentirsi sempre “di troppo”
  • non rivendicare i propri diritti

È come se portasse addosso un marchio invisibile.

🪞 6. Ripetizione dei ruoli

Senza consapevolezza e cura, il ruolo interiorizzato può ripresentarsi:

  • nelle amicizie
  • nelle relazioni sentimentali
  • sul lavoro

Il mondo esterno diventa una replica del sistema familiare.

🌱 7. Ma c’è anche una possibilità di rinascita

Il ruolo non è il destino.

Il mondo di un bambino è minuscolo: coincide quasi interamente con i suoi genitori. È attraverso i loro occhi — soprattutto quelli della figura che lo accudisce, spesso la madre — che impara a vedere se stesso. Questo conferisce alla madre un potere enorme nel modellare la percezione che il piccolo avrà del proprio valore.

Se la madre trasmette giudizi svalutanti, il bambino finirà per farli propri, “auto‑etichettandosi” secondo ciò che sente dire. Se gli ripete che è un fannullone, disordinato o incapace, lui non metterà in dubbio quelle parole: le assorbirà come verità assolute. Crescerà convinto di valere poco e, nel tentativo di riscattarsi o di trovare un posto nel mondo, potrebbe persino scivolare in comportamenti disfunzionali.





Quando mancano voci alternative che offrano messaggi positivi e favoriscano una crescita sana, il “figlio etichettato” finisce inevitabilmente per interiorizzare lo sguardo del genitore che lo opprime. In una famiglia i genitori sono due, e il destino del capro espiatorio dipende spesso da un equilibrio fragile. L’altro genitore può rafforzare il sistema di potere del partner manipolatore, può prendere le distanze e tentare di sostenere il figlio stigmatizzato, oppure può restare del tutto indifferente alle dinamiche che si consumano in casa. Le configurazioni possibili sono molte, e ciascuna incide profondamente sulla vita del bambino.






Commenti

  1. Sono stata rapita quando ero una bambina. Mi hanno portato via dall'ospedale in cui ero venuta alla luce. Ricordo che mi misero in una borsa e che una donna mi stava portando su per delle scale. Una volta fuori c'era una macchina con due uomini ad aspettarci. Si sono allontanati velocemente dall'ospedale e si sono nascosti in una casa in mezzo alla campagna. Era una casa isolata. Si trattava degli anni '60 e non c'erano telecamere e sorveglianza. Mi hanno cercato, ma i miei genitori biologici hanno deciso di abbandonarmi nelle mani dei miei rapitori e hanno pensato di farsi pagare un risarcimento danni dall'ospedale. Hanno incolpato di negligenza il personale sanitario che secondo loro, avrebbe dovuto controllare con più attenzione. I miei rapitori non hanno destato sospetti perché si presentarono nell'orario delle visite e finsero di essere dei conoscenti. Non avete idea di quello che mi hanno fatto passare... Crudeltà, atrocità e anche torture. Mi hanno fatto soffrire tantissimo. Ora sto scrivendo di nascosto. Aiuto!

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    1. Adesso dove ti trovi? Sei ancora con loro?

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    2. Quindi, ti hanno rapito, ma ti lasciano usare un computer? Non hanno paura di andarci di mezzo, scusa? Ti hanno anche maltrattato così tanto! Mi sembra molto strano, però! Se fossi in te andrei dalla Polizia o mi rivolgerei a un avvocato. Sicuramente, pretenderei un test del DNA, così sapresti chi sono i tuoi genitori con certezza. Ti servirebbe per chiarire i dubbi. Tra tutti gli annunci di persone scomparse, a chi pensi di assomigliare di più? Chi potresti essere tra di loro? Se ti rivolgessi a un'associazione che ricerca le persone scomparse, ti potrebbero aiutare. Dici che ti hanno maltrattato, ma questo non significa necessariamente che ti abbiano rapito. Magari, i tuoi parenti sono particolarmente sadici e anaffettivi. Io se fossi in te, cercherei di difendermi, andrei da un avvocato e certamente, mi allontanerei e andrei a vivere da un'altra parte, dove loro non ci sono.

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